Torna d’attualità uno dei temi fiscali più discussi degli ultimi anni: portare la soglia del regime forfettario da 85.000 a 100.000 euro di ricavi annui. La proposta arriva dalla Lega, che l’ha inserita tra le priorità per la prossima manovra, e ha trovato un’apertura anche da parte del Ministro dell’Economia Giorgetti. Ma tra l’annuncio politico e la sua applicazione concreta c’è un ostacolo tecnico che non va sottovalutato.
Cosa cambierebbe
Oggi chi ha partita IVA in regime forfettario paga un’imposta sostitutiva del 15% (5% nei primi cinque anni per chi rispetta certi requisiti), che sostituisce IRPEF, addizionali e IRAP. Il beneficio si perde superando gli 85.000 euro di ricavi, con il passaggio automatico alla tassazione ordinaria: IVA, IRPEF progressiva, addizionali. Un salto che per molti professionisti significa un carico fiscale sensibilmente più alto sullo stesso reddito.
Alzare la soglia a 100.000 euro allargherebbe la platea di chi può restare nella tassazione agevolata, oggi già superiore ai due milioni di contribuenti tra imprese individuali, autonomi e professionisti.
Il nodo europeo
Qui arriva il punto tecnico che rende la misura tutt’altro che scontata. Le regole comunitarie sull’IVA per le piccole imprese fissano un tetto di 85.000 euro per le esenzioni nazionali. Alzare la soglia unilateralmente non è quindi una scelta che l’Italia può fare da sola: serve un confronto con Bruxelles, e i tempi di una eventuale revisione non sono compatibili con quelli, molto più stretti, della legge di bilancio.
Il rischio concreto è quello di una misura parziale: una soglia di ricavi più alta sulla carta, ma senza il corrispondente adeguamento del limite IVA. In quel caso, chi supera gli 85.000 euro continuerebbe comunque ad applicare l’IVA, vanificando gran parte del vantaggio promesso.
Chi ci guadagna davvero
Non tutte le partite IVA sono nella stessa posizione rispetto a questa misura.
- Chi oggi è già ben sotto gli 85.000 euro non cambia nulla: la misura non lo riguarda.
- Chi si muove tra 85.000 e 100.000 euro è la platea che beneficerebbe direttamente, evitando il salto verso la tassazione ordinaria.
- Chi oggi rinuncia deliberatamente a fatturare di più proprio per restare sotto soglia — un fenomeno reale, spesso citato dagli stessi addetti ai lavori — avrebbe un margine di manovra più ampio per crescere senza essere penalizzato.
È proprio quest’ultimo punto il vero nodo economico della misura: il regime forfettario, così com’è costruito, genera un effetto soglia che scoraggia la crescita del fatturato. Innalzare il limite non risolve il problema alla radice, ma sposta più in alto il punto in cui si ripresenta.
Cosa fare ora
La misura, allo stato attuale, resta una proposta politica in fase di negoziazione, non una norma. Per chi ha partita IVA e si avvicina alla soglia attuale, la cosa più utile è non costruire scelte di pianificazione sull’ipotesi che il tetto salga: fino a quando la norma non cambia, restano validi gli 85.000 euro.
È un caso da manuale di come, in ambito fiscale e finanziario, la differenza tra un annuncio e una misura operativa possa valere molto in termini di pianificazione. Prima di decidere — rinviare una fattura, aprire una seconda attività, cambiare regime — vale la pena verificare a che punto è realmente l’iter, non a che punto è arrivato il dibattito politico.

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