Un'urna elettorale trasparente coperta da una bandiera americana si trova in primo piano in un seggio elettorale, con elettori che votano nelle cabine sullo sfondo.

Il 3 novembre gli americani votano per rinnovare la Camera e un terzo del Senato. Lo scenario più probabile è un Congresso diviso. Ma per chi investe, il vero dossier non è chi vince a Washington: sono inflazione, tassi e Medio Oriente.

Martedì 3 novembre si vota per tutti i 435 seggi della Camera e per 35 seggi del Senato, a metà del secondo mandato di Donald Trump. Come quasi sempre nei midterm, il voto è un referendum sul presidente in carica.

Il quadro politico

Il dato di partenza è sfavorevole ai repubblicani. I sondaggi danno ai democratici un vantaggio di 5-11 punti sul voto generico, mentre il gradimento netto di Trump è a -27, un livello che storicamente annuncia perdite di seggi per il partito del presidente. Il tema che pesa di più è il costo della vita: l’impennata dell’inflazione è indicata dai sondaggi come la questione numero uno per gli elettori.

Le previsioni, a ridosso del voto:

  • Camera: il modello di Decision Desk HQ assegna ai democratici il 78% di probabilità di conquistarla, con 236 seggi stimati. Un altro modello arriva all’89%, e il mercato predittivo Kalshi al 91%.
  • Senato: partita molto più aperta. Decision Desk HQ dà ai democratici il 57%, Kalshi il 67%. I repubblicani partono da una maggioranza di 53 a 47, quindi ai democratici servono quattro seggi netti.

Sono previsioni, non risultati. Il Senato in particolare si decide su margini minimi: in Texas, Talarico e Paxton sono in parità in un sondaggio e separati da un punto in un altro. In Ohio, Sherrod Brown è avanti di cinque punti nel sondaggio Fox, e in Maine il democratico Troy Jackson è avanti di due su Susan Collins nel sondaggio Suffolk. Iowa, Alaska e Michigan completano la mappa dei seggi in bilico.

Il fattore che attenua l’onda democratica è la geografia elettorale. Grazie al ridisegno dei collegi in diversi stati e a sentenze favorevoli, i repubblicani dovrebbero guadagnare tra sei e dodici distretti orientati a loro prima del voto. Anche sul piano finanziario il partito di Trump parte forte: le strutture repubblicane hanno decine di milioni di dollari in più dei rivali. Ed è il motivo per cui la Camera, pur favorita ai democratici, non è una certezza.

Cosa cambia a Washington

Con un Congresso diviso, la legislazione ambiziosa si ferma: nuove riforme fiscali, grandi pacchetti di spesa e leggi bandiera diventano molto difficili da approvare. Cresce invece il potere di controllo del Parlamento: commissioni d’inchiesta, audizioni, scontri sul bilancio. Si riaprono anche le trattative sui tetti di spesa e sul debito. Per Trump, anche una Washington divisa, con i democratici alla Camera e i repubblicani al Senato, cambierebbe il resto del suo mandato.

La variabile geopolitica: l’Iran

Il contesto in cui si vota è dominato dalla guerra con l’Iran, iniziata a fine febbraio. Il conflitto ha prodotto uno shock energetico che si è trasferito su inflazione e tassi: dall’attacco di febbraio, i rendimenti dei Treasury sono saliti seguendo in parte il petrolio, con effetti sull’inflazione e sulla politica monetaria. A settembre il decennale è salito brevemente sopra il 5%, per la prima volta dal 2023, e la Fed ha alzato i tassi per la prima volta dal 2023. Anche l’inflazione si è fatta sentire: a ottobre, l’indice dei prezzi di agosto indicava un +3,4% annuo, con l’energia a +16,3%.

Le ultime settimane sono state altalenanti, con il petrolio che sale e scende a ogni indiscrezione sul negoziato. Il 20 ottobre il greggio è calato dai massimi di cinque mesi dopo la notizia di una proposta di pace USA-Iran. Un accordo confermato porterebbe il prezzo verso quota 80-90 dollari; un fallimento dei negoziati o un ritorno agli attacchi lo spingerebbe sopra i 120, secondo le stime di un analista di SEB. Un dato di sintesi: l’oro è sceso del 26% dal record di gennaio, segno che in questa fase il mercato ha premiato più la lotta all’inflazione che la protezione dal rischio geopolitico.

Cosa dicono i mercati (e la storia)

Il messaggio che arriva dalle principali case di investimento è sorprendentemente concorde: il partito che vince conta meno dell’incertezza che si scioglie.

  • Dal 1938 l’S&P 500 ha chiuso in rialzo nei dodici mesi successivi ai midterm nel 95% dei casi.
  • Secondo Morgan Stanley, con un presidente repubblicano, il miglior rendimento medio dell’anno post-voto è arrivato proprio con un Congresso diviso: +23%
  • Gli analisti di RBC non vedono un impatto rilevante sui settori dell’S&P 500, qualunque sia l’esito.
  • Schwab ricorda che i mercati tendono a rimbalzare nei mesi dopo il voto, quando l’incertezza si dissolve.

Una lettura più prudente arriva da chi nota che le medie storiche non garantiscono nulla. Un presidente repubblicano con un Congresso diviso ha prodotto, nelle serie citate, rendimenti medi annui del 7,33%, contro il 16,63% di un presidente democratico con un Congresso diviso. Anche Morgan Stanley segnala che, in caso di maggiore peso democratico, alcune società tecnologiche e dell’energia potrebbero affrontare maggiore attenzione politica.

Il punto per chi investe

Il rischio vero di questo autunno non sta nelle urne. Sta in tre variabili che il voto non risolve:

  1. Il petrolio. Il filo che lega Hormuz, inflazione e Fed è più corto di qualunque effetto legislativo.
  2. I tassi. Con il decennale intorno al 5%, la sostenibilità del debito pubblico e dei costi di finanziamento pesa più della composizione del Congresso. Un Congresso diviso rende meno probabile una nuova espansione fiscale, ma anche meno probabile una stretta.
  3. La volatilità di breve. Le settimane che precedono il voto sono spesso nervose. Le settimane successive, storicamente, lo sono meno.

La regola vale in ogni stagione: le elezioni spostano il rumore, non la direzione di un portafoglio costruito con metodo. Chi cambia l’allocazione sulla base di un sondaggio dovrebbe chiedersi quale sia il suo piano se i sondaggi sbagliano, come è già successo.

Questo articolo ha finalità informative e non costituisce consulenza finanziaria né sollecitazione all’investimento. I dati e le probabilità citati sono aggiornati al 22-23 ottobre 2026 e possono cambiare rapidamente.


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