Da inizio anno i migliori fondi azionari Usa distanziano l’indice. Cosa fanno di diverso, e perché non basta guardare la classifica.
L’indice non è un destino. Nel 2026 i gestori migliori lo dimostrano. Secondo la classifica Fida, i primi dieci comparti specializzati in azioni americane guadagnano in media il 25,2% da gennaio, il 27,5% su dodici mesi e oltre il 76% sul triennio. Nello stesso periodo l’S&P 500 rende circa il 20% a un investitore in euro. Cinque punti di distanza, e nella top ten non compare nessun ETF passivo.
Come lavorano
I risultati hanno stili diversi, ma un tratto comune: disciplina.
Il fondo Azimut American Opportunities (+25,6%) cerca small cap con un evento che il mercato non ha ancora prezzato: un prodotto, un’acquisizione, una ristrutturazione. Quando il titolo raggiunge l’obiettivo, riduce o esce e riparte dal catalizzatore successivo. Vendere bene conta quanto comprare bene.
T. Rowe Price e Neuberger Berman, entrambi sul value large cap, fanno +24,7%. Il primo distribuisce il rischio: nessuna posizione supera di norma il 2% del portafoglio. Il secondo scommette sulla materia prima che alimenta l’AI: rame, metalli, energia. AB Sicav US Value (+24,1%) sceglie il contrario del rumore: aerospazio commerciale, agricoltura, ricerca farmaceutica. Settori che ricevono meno attenzione dei growth più in vista, con flussi di cassa solidi e barriere all’ingresso.
Su un punto i gestori concordano: sulle Midterm di novembre non si costruisce un portafoglio. Sanità, banche ed energia, i settori più esposti alle decisioni di governo, possono muoversi a ridosso del voto, ma a guidare il mercato saranno i fondamentali, più dell’esito elettorale.
Il conto che la classifica non mostra
Qui l’entusiasmo va dosato. Le eccellenze si pagano: i costi medi dei dieci fondi sono dell’1,4% l’anno, contro lo 0,03-0,05% di alcuni ETF sull’S&P 500. E soprattutto, la classifica è una selezione. Racconta chi ha vinto, non quanti hanno provato.
Su un orizzonte lungo i numeri cambiano. Secondo Morningstar, negli ultimi dieci anni fino a giugno 2026 solo il 13% dei fondi azionari Usa attivi ha battuto l’indice dopo le spese, e il 27% nell’ultimo anno. Il 2026 è un anno favorevole alla gestione attiva, non la regola.
I rischi che restano sul tavolo
L’indice è più fragile di quanto sembri. Poche società tecnologiche pesano circa un terzo dell’S&P 500 e le valutazioni delle azioni AI sono altissime. Il rendimento del Treasury decennale intorno al 5,2% è un freno alle valutazioni: un gestore osserva che potrebbe pesare davvero solo dopo la fine dell’anno. E la correzione dell’AI di luglio, con perdite del 25% sul tema e del 28% sui semiconduttori, è oggi recuperata solo in parte. Fino a ieri gli utili hanno sostenuto la corsa: le stime sull’S&P 500 sono salite di oltre il 18% dall’inizio dell’anno. Se gli utili si fermano, il mercato lo sentirà.
Che cosa se ne ricava
La gestione attiva non è meglio né peggio dell’indice: è un’altra scelta, con un altro costo. Quando funziona, funziona perché qualcuno ha deciso di non somigliare al mercato. Questo però non si sa in anticipo, e un anno brillante non è una garanzia.
Per un investitore il metodo è più utile del tifo. L’indice a basso costo come base del portafoglio, la gestione attiva selezionata come parte satellite, per chi vuole puntare su stili e settori che l’indice non coglie. Le eccellenze ci sono. Riconoscerle prima, e non dopo, è la parte difficile.
Dati Fida e interviste ai gestori riportati da Milano Finanza (16 ottobre 2026), Morningstar. Contenuto divulgativo, non consulenza personalizzata. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri.

Lascia un commento